Guerre moderne

7 AGO 20
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Qualche tempo fa Edward Luttvak disse: per bonificare l’Afganistan occorrono mezzo milione di soldati. Occorre inoltre fare combattere e comportarsi come si è fatto nella seconda guerra mondiale. Oggi, aggiungeva, bombardare villaggi per rappresaglia o radere al suolo intere città, non è consentito, perché il sentire (si riferiva all’America “cattiva”) della gente è diverso. Morale, le guerre contemporanee si perdono in partenza. L’Afganistan è stato un tentativo, come in Irak, di esportare la democrazia in paesi molto distanti da quest’ideale. Al contempo armare lo stato per renderlo in grado di continuare ad esistere. I casi sono due: o la democrazia è esportabile oppure no. Al momento attuale pur con molte difficoltà l’Irak regge (per quanto?), mentre l’Afganistan sembra ancora molto distante. In astratto preferirei una guerra che non esporta democrazia, e che una volta vinta, assegna il potere ad un’oligarchia o ad un dittatore filo occidentale, in grado di mantenere l’islamismo sotto controllo. Senza poi intromettersi troppo se non vanno tanto per il sottile nel mantenere il potere, altrimenti quel tipo di guerra la dobbiamo fare noi, il che è impossibile. L’Afganistan insegna che non si può muovere guerra in un contesto medioevale considerando Herat come fosse Roma. L’obiezione, giusta in linea di principio, che le persone sono tali ovunque, impedisce appunto qualunque vera vittoria. Quindi, infine, o accettiamo la sconfitta qui, da noi, o cinicamente dobbiamo cambiare prospettiva.